Quando Ulisse decide di ascoltare il canto delle sirene sa che è un rischio. Chiede ai compagni di legarlo all’albero della nave e di non liberarlo qualunque cosa accada, vuole ascoltare. Le sirene promettono conoscenza, verità, rivelazioni irresistibili, sanno “tutto quello che accade sulla terra”. Circe lo aveva avvisato, il loro canto non è solo seduzione, è qualcosa che può travolgere, che fa perdere l’orientamento a chi lo ascolta.
Ho conosciuto Giulia all’inizio del 2023 fra i tavoli della biblioteca del carcere femminile della Giudecca. Sembrava una sirena. Era bella, aveva i capelli lunghi e rossi, li portava sciolti sulle spalle tatuate. Si muoveva con agilità, quando camminava fra i corridoi della sezione sembrava che qualcosa restasse nell’aria anche dopo il suo passaggio, passava da una cella all’altra come se quel labirinto di chiavi, cancelli e porte fosse il suo mare. Lì dentro la conoscevano tutte, e tutte, in un modo o nell’altro, sembravano innamorarsene un po’. Era schiva, poteva essere tagliente, concedeva fiducia a poche persone, e stare vicino a lei significava accettare una presenza forte, difficile da ignorare.
Il suo canto da sirena arrivava dal suo sguardo, gli occhi scuri più piccoli dei dilatatori che portava alle orecchie, lanciavano segnali di allarme. Un suono che rischiava di assordarmi restando troppo vicina, ma che proprio per questo mi ha costretto a fermarmi e ad ascoltare. In quegli occhi c’era insieme una sfida e una richiesta, ma soprattutto un richiamo alla verità che mi ha messo alla prova, per fortuna non lasciandomi immobile.
La sua vicinanza mi ha costretta a misurarmi con quella distanza. All’inizio la domanda sembrava semplice: quanto ascoltare, quanto restare, quanto proteggermi per non essere trascinata dentro un dolore che non mi apparteneva. Poi, col tempo, la domanda è cambiata. Non si trattava più di decidere quanto avvicinarmi, ma di capire come stare davanti a quella voce senza tapparmi le orecchie, come restare senza voltarmi dall’altra parte e senza lasciarmi paralizzare dalla paura di quello che potevo vedere.
Con il tempo ho capito che il punto era imparare a sostenere quel canto, perché quel canto ha un testo, ha parole che riguardano chi è fuori. Entrare in carcere mi sta insegnando tante cose, una di queste è avermi resa consapevole che la separazione su cui si fonda il sistema punitivo non agisce soltanto sulla persona che viene condannata (e ovviamente la sua famiglia), ma ridisegna il modo in cui l’intera società organizza la propria idea di ordine. Quando qualcuno viene tolto dal mondo sociale, quella distanza diventa una forma di equilibrio per tutti gli altri, un modo per tenere fuori ciò che disturba, ciò che incrina l’immagine di normalità, ciò che costringerebbe a riconoscere quanto siano sottili i confini tra colpa e possibilità, tra errore e destino. La pena, allora, produce esclusione per chi la subisce ma anche una semplificazione per chi punisce, perché consente di pensare che il problema appartenga sempre a qualcun altro e che basti chiudere una porta per ristabilire un senso di sicurezza.
Il carcere è il luogo in cui si concentra tutto ciò che la società fatica a sostenere, e proprio per questo permette a chi resta fuori di non misurarsi con la propria vulnerabilità, con la propria responsabilità, con la possibilità che l’errore non sia un’eccezione ma una condizione umana condivisa. La separazione restringe il mondo di chi viene escluso, e allo stesso modo restringe anche quello di chi esclude, perché rende più facile credere che il dolore possa essere confinato e che il cambiamento – la cosiddetta “rieducazione” – possa avvenire lontano, senza relazione, senza continuità, senza sguardi che restano.
Per questo quel canto assomiglia davvero a quello delle sirene che “sanno tutto ciò che accade sulla terra” obbliga a sentire qualcosa che mette in crisi l’idea di essere al sicuro. Ascoltarlo significa accettare che quella distanza riguarda anche noi, che la separazione impoverisce anche chi la produce, e che ogni volta che pensiamo di poter lasciare tutto oltre una soglia rinunciamo a capire qualcosa di noi stessi.
Per questo quel canto non può restare confinato dentro.
Bisogna alzare il volume, farlo diventare un coro, come direbbe Giulia “metterci sotto cassa” e costringerci a sentirlo anche quando disturba, anche quando mette in crisi le certezze su cui si regge l’idea stessa di pena.
Giulia è uscita da pochi giorni, e ritengo che l’urgenza sia lasciare che la sua voce si faccia sentire, perché solo ascoltandola possiamo comprendere che cosa produce davvero quella separazione che l’istituzione costruisce e che solo i legami possono accorciare. Non mettetevi la cera nelle orecchie, non legatevi.
Per fortuna il mio percorso d’uscita è stato graduale.
Ho iniziato a fare il volontariato due volte a settimana in un bellissimo museo vicino a San Marco, il Querini Stampalia.
Uscire da sola le prime volte è stato emozionante, era aprile 2025 e c’era già il sole, che sentivo risplendere su di me.
L’aria riusciva a riempirmi completamente i polmoni di un ossigeno senza colpe e senza pene. I miei occhi coglievano colori ormai dimenticati e un susseguirsi di luci nuove, tanto che le prime volte ho indossato gli occhiali da sole perché l’occhio doveva abituarsi di nuovo a vedere e riconoscere la sua natura.
Una serie di suoni, colori, odori mi riportavano in un alternarsi di emozioni e ricordi che pensavo ormai perduti.
Gli occhiali mi servivano anche per nascondere le lacrime che senza preavviso, senza permesso, spingendo come un fiume in piena che vuole distruggere la diga. Lacrime soffocate da anni di polvere, freddo, solitudine, rabbia, umiliazione, peccato.
Lacrime che puoi sentire urlare, come se stesse urlando il diavolo. (oppure Satana?)
Lacrime che non bagnano, ma bruciano. La prima volta che sono uscita da quel posto, mi sentivo come cenere fluttuante di una fenice che dispersa nell’aria del mondo era tutto e non era niente.
Più uscivo da lì, più le mie ceneri vagavano, assumendo forza, consapevolezza, nuove abitudini e obiettivi, sceglievo giorno per giorno di ricostruirmi.
Attimo dopo attimo, tempo dopo tempo, sentivo dentro me, qualcosa che mai avevo sentito, potevo sentire il mio cuore e riconoscerlo e, addirittura, amarlo. Mi guardavo allo specchio e fu come se fosse la prima volta che mi vidi, avevo un’altra pelle, un altro sguardo, una nuova luce e per la prima volta riuscii a vedere anche la mia anima e piansi. Ho pianto perché era una delle cose più belle che avessi mai visto e piansi perché ci avevo messo così tanto tempo per capirlo, procurandogli e procurandomi immensi dolori.
Ho guardato anche attentamente tutto il mio corpo, tutta me stessa, dentro e fuori e, me ne sono innamorata.
E più i giorni passavano, più io mi ricostruivo e mentre mi ricreavo sentivo che in me c’erano parti in più, non le potevo vedere ma le sentivo.
Iniziavo ad avere un forte prurito su entrambe le scapole, che sembrava non voler andarsene, perseverante, tenace.
Sono andata dal medico del carcere che mi ha guardato la schiena e mi ha detto: qui non c’è niente!
Effettivamente non c’era nulla, solo i segni delle mie unghie affondate nella carne per provare ad alleviare quel prurito insopportabile.
Il giorno della mia uscita stavo al corso di panificazione che da poco tempo avevo cominciato a frequentare, all’esterno dell’istituto, mi è arrivata una chiamata dall’avvocato che mi ha detto: ti hanno accettato la misura alternativa. Sei fuori!
Stavo per svenire.
Mi sentivo come su una foglia attaccata a un ramo, con il vento che la scuote di qua e di là.
Il mio cuore sembrava una musica percussiva stupenda e sentivo la mia anima danzare al suo ritmo.
Nella mia mente un’oscillazione di estasi e inquietudine. Stavo lasciando il luogo che per quasi un decennio mi aveva ospitato, praticamente metà della mia vita. Forse un po’, mi faceva male.
Ma non potevo dar troppo potere a quel pensiero perché è come se una farfalla, dopo aver conosciuto il cielo, desiderasse tornare ad essere bruco.
È squillato il telefono altre due volte, l’educatrice e poi la matricola e poi un messaggio di un’amica, la Giulia, tutti per darmi la lieta notizia.
Sono tornata in classe, ho finito la lezione con un sorriso così grande che non mi stava nemmeno in faccia e i piedi che si muovevano come stessi facendo la danza del tip tap da seduta.
Sono corsa a prendere il bus, mi sembrava di correre senza gambe, una leggerezza mai provata, ero una piuma che volteggiava tra le sporche vie di Marghera.
Sono arrivata subito in carcere, quel giorno, come se avessi usato il teletrasporto. Sono entrata lì dalla portineria e mi sono fatta vedere. Le assistenti stavano facendo il cambio turno, uscivano e sorridendo mi facevano tutte gli auguri e mi battevano il cinque.
Ce l’avevo fatta! Dopo tutti questi anni, dopo tutta questa fatica, dopo aver percorso un labirinto ombroso e sinistro, circondato di specchi in cui la mia immagine non si rifletteva, sospeso nel tempo senza tempo, ora, avevo trovato il varco, la soglia, dove avevo trovato un unico specchio. E questo specchio finalmente mi rifletteva.
Potevo vedermi.
Mi hanno fatta entrare, sono andata prima in matricola a firmare tutte le carte, poi dall’educatrice che mi ha spiegato ciò che dovevo fare rispetto alla misura che mi era stata concessa, poi dal medico che mi ha dato le dimissioni e, poi, nella sezione a preparare le mie cose.
Riempivo le borse con due assistenti dietro che mi osservavano e mi dicevano di non scordarmi di prendere tutte le mie cose, ma io non volevo prendere tutto, perché so che lì servono molte cose ed io ne potevo fare a meno.
Le borse e le valigie pesavano come la mia condanna.
Come se avessero assorbito tutto il peso di questi lunghi anni.
Ho dato un’ultima occhiata a quella cella girandomi, non perché mi dispiaceva lasciarla, ma per assicurarmi che fosse proprio lì, dietro di me, mentre io andavo avanti.
Ho trascinato tutte le mie cose fuori, e mi sono fermata davanti a quelle porte, a quelle mura, a quelle telecamere, davanti a quel posto, quel rifugio imperfetto, un non luogo, una terra di mezzo, ero lì alle porte sospesa tra l’appartenenza e la distanza, tra il dentro ed il fuori, eppure, paradossalmente io, avevo cominciato a trovare la mia libertà fra le sbarre, fra le colpe, fra il silenzio eloquente, fra le urla, fra regole anarchiche, instabili, volatili, tra l’incoerenza, tra il freddo, la minaccia, l’oppressione, i traumi, l’alienazione, l’oscurità ma anche tra la contemplazione, riflessione, educazione e formazione, per chi ha l’intelligenza di cogliere ciò che c’è di positivo.
Il carcere non può portarti via ciò che hai dentro ma può farti dimenticare ciò che sei. Il destino prende forma secondo la tua volontà.
Ogni istante è un bivio di possibilità, e a scegliere dove andare sei tu.
Alla fine dei conti, che forma ha la libertà? Chi davvero può imprigionarla?
Quel prurito che mi assillava su entrambe le scapole, non erano altro che le mie ali che spingevano per uscire!
Volare non è ergersi tra cielo e terra, volare è averli dentro di sé.
Giulia Boschin, 28 anni, anima libera.