L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subiti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro sé stessi. Ecco come si pensa. Ecco come si pensa contro. Io – dopo tanta fatica – non so pensare.
Elena Ferrante, “Storia di chi fugge e di chi resta”
Com’è possibile, mi dico di continuo, che io non sappia pensare così? Da quando ho letto per la prima volta L’amica geniale di Elena Ferrante, libro dopo libro, sono passati molti anni. Lila e Elena hanno fatto la loro strada, sulle pagine e in tivù, sono cresciute, hanno fatto figli, sono invecchiate, scappate, rimaste. Una è diventata scrittrice. L’altra, beh, l’altra. Forse sono la stessa persona.
Si sono amate, odiate, hanno vissuto insieme, non si sono parlate più, si sono accusate a vicenda di tutto. E io, e noi? Quindici anni fa ho preso in mano quel primo libro, e quindici anni fa non ero la persona che sono adesso. L’ho letto pensando ancora alle favole: due bambine che crescono nel bosco (il rione) pieno di lupi cattivi, orchi e streghe. Due bambine con le loro bambole, al posto dei poteri magici l’intelligenza e i libri: Piccole donne. Ho letto quel primo libro dentro un incantamento totale e sono andata avanti così per quattro libri. Sono stati gli ultimi romanzi, i romanzi di Elena Ferrante, che sono riuscita a leggere come fossi ancora una ragazzina che scopre il mondo: con lo stupore gratuito, totalmente libero dalla necessità di mettere L’amica geniale in una classifica letteraria, mondana, di genere.
Non mi importava niente, e non mi importa in effetti nemmeno adesso, chi fosse Elena Ferrante. Volevo che si salvassero entrambe, Lila e Lenù. Volevo salvarmi io.
Adesso rileggo questi libri in modo diverso. Non è strano, succede con tutti i libri importanti: si muovono insieme a noi che ci muoviamo. Succede con Anna Karenina, succede con La signora Dalloway: cambia il sentimento, cambiano le parti sottolineate, cambia la rabbia che ci fanno provare i personaggi. Quanto è scemo e frivolo Vronskij, l’ho capito alla seconda o terza rilettura. Il massimo del dolore, la massima tragedia è quel terribile mal di denti. Quando si spara, si spara per finta. Prima, ero presa dall’amore, dalle grandi orecchie del conte Karenin, dallo strazio del figlio che Anna non potrà vedere più. Adesso, mi fa battere il cuore (il cervello?) ritrovare Sputiamo su Hegel nelle pagine di Elena Ferrante, mi sembra un messaggio scritto apposta per me, ma in quel momento ero presa da altro, o non sapevo vederlo.
«Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza. L’università non libera le donne, ma perfeziona la loro repressione. Contro la saggezza. Mentre i maschi si dedicano a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente». Elena, che sta diventando una scrittrice, che è sposata con Pietro e che ha due bambine piccole, non ha tempo per il femminismo ed è concentrata su altro. «E mi pareva di sapere abbastanza bene cosa significava essere nata femmina, non mi appassionavo alle fatiche della coscienza di sé. E non avevo alcuna intenzione di parlare in pubblico del mio rapporto con Pietro, con gli uomini in generale, per dar testimonianza di ciò che sono i maschi d’ogni ceto e d’ogni età. E nessuno meglio di me conosceva cosa significava mascolinizzare la propria testa perché fosse ben accolta dalla cultura degli uomini; l’avevo fatto, lo facevo. E inoltre restavo del tutto esterna a tensioni, esplosioni di gelosia, toni autoritari, vocine subalterne, gerarchie intellettuali, lotte per il primato nel gruppo che finivano in pianti disperati».
Ma scopre Carla Lonzi e tutto questo le crea un terremoto dentro il cervello, lo risciacqua da quello che ci aveva infilato dentro a forza fino a quel momento, le provoca un piccolo choc. È quello che succede con gli incontri fondamentali della vita.
Ma poiché L’amica geniale è una grande storia d’amore e di rispecchiamento, Elena riconduce quell’incontro a Lila, la sua amica nemica che è rimasta nel rione a parlare in dialetto mentre lei ha avuto il coraggio di andarsene per entrare nel mondo degli intellettuali, alla ricerca dell’approvazione maschile e nel tentativo continuo di: essere all’altezza. Lila però è l’unica ad avere un pensiero originale, una spinta soltanto sua, o almeno così crede Elena fin da quando è una bambina del rione alle prese con gli orchi e i lupi cattivi. Adesso che è arrivata nel mondo dei libri e delle persone colte, però, le cose non cambiano. Le cose non cambiano. I maschi non cambiano. Gli orchi e i lupi cattivi ci sono ancora, ma sono travestiti da persone illuminate. E nel rione o in città, nel mondo piccolo o nel mondo grande c’è solo una questione: essere all’altezza. Poi arriva Carla Lonzi, e Elena ne resta avvinta, e anche in Carla Lonzi vede Lila: «Mi ero imbattuta in un modello femminile di pensiero che, fatte le dovute differenze, mi causava la stessa ammirazione, la stessa subalternità che provavo nei suoi confronti». Di nuovo, questa piroetta di Elena Ferrante di cui non mi ero resa conto la prima volta che ho letto i libri, mi ha incantato: la bambina cattiva del rione provoca lo stesso sconvolgimento, la stessa crisi profonda che provoca la filosofa borghese, la donna geniale che è stata Carla Lonzi. La scossa che ha dato a uomini e donne, la scossa che ha dato a me, quando ho capito che parlava anche a me.