Nel 1970 esce una canzone dal titolo incolore, Lella. La scrivono in due, Edoardo De Angelis e Stelio Gicca Palli sul tavolino di un bar romano l’anno prima. Partono da una melodia ripresa da Saigon bride, il pezzo di Joan Baez, il testo, raccontano gli autori, arriva dopo. La cronologia della composizione non deve ingannare: la storia di «Lella quella ricca», uccisa a mani nude la mattina di Capodanno sulla spiaggia della Fiumara di Ostia passa di generazione in generazione e si fissa nella memoria collettiva. A Roma la cantano tutti, da Santa Maria in Trastevere alle periferie, dal Folkstudio ai locali oltre il raccordo. Non c’è serata, raduno, gita scolastica, curva di stadio o circolo scout dove non parta il coro dopo i primi accordi di chitarra: «E te lo vojo di’, che so’ stato io». C’è la corsa a interpretarla, riscriverla, integrarla: i Vianella, la Schola Cantorum e poi a ruota tutti i romani doc: Fiorini, Venditti, Baglioni fino all’Orchestraccia e alla recente riscrittura del Piotta. Ma con il pezzo si misurano anche insospettabili come Neri Marcorè e Paola Turci.
Lella è un inno, scrive qualcuno, certo è uno specchio: è l’indicibile che cantiamo – urliamo – insieme per anni, allegramente inconsapevoli; l’indicibile che rifiutiamo di vedere, fino a che la storia rende impossibile levare lo sguardo. Ma chi la spinge la storia, che non va da sola come da sole non vanno le idee? Questo è il punto sul quale dovremmo restare quando parliamo dei confini del dicibile – lo scrivibile o il cantabile. Non esiste libertà di espressione fuori da un contesto, estranea al “dramma della storia” come scriveva Ernesto De Martino. Non c’è niente che sia assoluto, ossia sciolto dai lacci – l’etimologia è sempre la guida migliore. Allora invece di perderci in dispute astratte, che sfiorano il ridicolo e a volte ci affondano, dovremmo misurarci con queste spinte, che sono carne ossa e sangue, come mostra la canzone buttata giù in un pomeriggio romano da due compagni di scuola.
Lella è la storia di un fattaccio, scrivono allora i commentatori; è la storia di un femminicidio diranno anni dopo interpreti e giornalisti: gli eventi prendono forma diversa, prima che nomi diversi, a seconda dei tempi. Il fattaccio racconta di Gabriella Proietti, moglie di un cravattaro, che a Roma vuol dire appunto strozzino. Prevale la seconda accezione nella ricezione, ricchezza e usura si saldano bene, ma gli autori assicurano di non averla considerata. È stata l’insegna di un negozio a piazza Barberini a suggerirmi il verso, dirà De Angelis anni dopo in un’intervista, passavo lì con l’autobus per andare a pranzo dalla nonna, io e Stelio veniamo da famiglie borghesi non conoscevamo il significato dialettale di questa parola. Comunque: Lella è sposata, ha una storia segreta, «insieme a lei ce stavo proprio io» racconta chi canta descrivendo le fughe invernali sulla spiaggia di Ostia, ma a un tratto sparisce. Tutti pensano sia fuggita con qualcuno più ricco ancora, ma non è così:
Na mattina, ch’era l’urtimo dell’anno
Me dice co’ na faccia indifferente
“Me so stufata nun ne famo gnente
E tireme su la lampo der vesitito”
È finita, mi sono stancata, tirami su la
lampo e andiamo. Un affronto, un oltraggio:
Tu nun ce crederai, nun ciò più visto
L’ho presa al collo e nun me so fermato
Che quann’è andata a tera senza fiato
Ner cielo da ‘no squarcio er sole è uscito
E io la sotteravo co’ ste mano
Attento a nun sporcamme sur vestito
Me ne so’ annato senza guardà indietro
Nun ciò rimorsi e mo’ ce torno pure
Ma nun ce penso a chi ce sta là sotto
Io ce ritorno solo a guardà er mare.
La chiave è nel ritornello: ero io che stavo con lei, la più ricca e forse la più bella, ero io che la portavo a fare l’amore sotto le barche, sono stato io a decidere che non sarebbe finita la storia ma sarebbe finita lei, sono io che dico di non sentire rimorsi, nessun dolore. Nessun dolore ma devo liberarmi, devo dirtelo:
E te lo vojo di’ che so’ stato io
E so’ quattr’anni che me tengo ‘sto segreto
E te lo vojo di’, ma nun lo fa sape’
Nun lo di’ a nessuno, tiettelo pe’ te
Il “fattaccio” incontra la censura quando esce. La canzone partecipa al Cantagiro, la serata finale va in prima serata, la Rai chiede una modifica del testo, qualcosa che mostri pentimento, gli autori accettano, ma il brano resta escluso. Sono i Vianella, che rifiutando correzioni, la propongono nella versione iniziale decretandone il successo. Quale sarebbe stata la forma del ravvedimento non lo sapremo mai, certo è difficile immaginarla. La forza del brano è nella rivendicazione del gesto, c’è poco da scandalizzarsi se è diventata popolare e lo resta, se l’hanno cantata credenti e miscredenti, uomini e donne, se qualcuno parla di inno, se una città intera si identificava – in parte si identifica ancora – in essa. Ho poco da scandalizzarmi anche io se l’ho cantata nel cerchio serale del campeggio scout e a nemmeno dieci anni l’ho imparata a memoria al primo ascolto: volevo unirmi al coro. C’è voluto tempo per capire il prezzo di quella partecipazione e andare dentro le strofe, ma questa era la forma di un senso comune che in parte ancora sopravvive. Così sono state intese per millenni le relazioni, il sesso e la diseguale idea di libertà che li ha segnati, così è stata coperta, ignorata la violenza che li attraversava e ancora li attraversa: «Nun lo di’ a nessuno, tiettelo pe’ te».
Lella ha passato indenne la censura e c’è da dire bene così. Non è aggiungendo una strofa posticcia o cambiando un verbo che si modifica un assetto. Non è questo il punto e sarebbe bene capirlo, ricordarlo, oggi che torniamo a parlare dei confini della libertà di espressione. Non si può più dire niente, si può dire troppo; quanta suscettibilità, tutti all’erta; quanta barbarie, non c’è più rispetto. Dov’è il limite? Bastano il gusto, la sensibilità, la responsabilità, il mercato, il consenso? E soprattutto, tornando al tempo, abbiamo guadagnato o perso libertà? Il dibattito è serrato, ma sembra lasciare le cornici intatte, i campi da gioco e le regole restano quelli di un tempo: questa è la prima perdita di libertà, creatività se si preferisce, i significati in fondo sono contigui. Non mi riferisco solo alla dinamica consenso/dissenso, alla polarizzazione per intenderci, ma alle cornici. Ripetiamo che molto è cambiato, anzi nulla è come prima. Alternativamente, ci entusiasmiamo o condanniamo la novità, senza comprendere che una materia inedita per prendere forma ha bisogno di categorie aggiornate e per farlo serve lavoro. Più che apporre etichette, definire identità, stabilire i confini, maggioranze e minoranze, bisognerebbe provare a capire. La libertà non ha a che fare con un piano orizzontale, una mappa di divieti e permessi, ma di un corpo a corpo con la storia che ci si vuole lasciare alle spalle. Bisogna saper riconoscere la minaccia per stare all’erta: non servirà richiamare Hannah Arendt per ricordare che il male non ha nulla di straordinario, piuttosto ha che fare con la ripetizione, il conformismo, l’ubbidienza alle regole, il voler essere come tutti.
Siamo grati ai Vianella, dunque, per averci consegnato Lella così com’era stata scritta, senza emendamenti, ripensamenti e censura. Ci consente di capire bene da dove veniamo, come si è aperta la forbice tra colpa e responsabilità che per anni ha accompagnato il racconto dei “fattacci”, la gigantesca questione morale da mettere a fuoco una volta per tutte se si vuole spezzare la catena e costruire un senso comune diverso. Lella l’ho uccisa io, dice il protagonista, spiega come l’ha fatto, dove e quando, indica dov’è sepolto il corpo. Ma chiarisce bene che la sua è una reazione: Lella è ricca, sfrontata e disinvolta. È sposata e sta con lui, se sparisce è perché ha scelto un marito più ricco, dunque una vita più agiata. Lella è volubile, decide di lasciarlo senza troppi perché, non ha spiegazioni né sente di doverne dare: dice solo che è finita e non se ne fa niente. Il suo gesto è insolente, suona come un affronto al quale il protagonista reagisce. Lui ha ucciso, è lui il responsabile ma ha risposto a un’offesa, la colpa non è sua, o almeno non solo sua.
Non potrebbe essere spiegata meglio la divaricazione tra colpa e responsabilità che ancora segna i racconti di violenza contro le donne, nel racconto pubblico ma anche nelle aule dei tribunali. Se lei non mi avesse lasciato, se lei non mi avesse tradito, se lei non fosse partita, se lei non avesse portato avanti la gravidanza o se l’avesse fatto: l’atto violento è una risposta, si può essere responsabili ma non colpevoli, la colpa la porta, nemmeno troppo velatamente, chi provoca il gesto.
La storia va, dicevamo più su, le cose cambiano. Negli ultimi anni gli autori della canzone sono stati intervistati molte volte in occasione del 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza. Hanno raccontato com’è nato il brano, hanno evocato le differenze sociali, sottolineando che l’arroganza della protagonista aveva le radici lì, il ricco – la ricca – sul povero, hanno evocato a proposito, Pasolini e Gadda, ribadendo che nulla giustifica il gesto, che non c’era compiacimento e che anzi il brano va usato per promuovere ogni iniziativa per il contrasto agli abusi. Sabrina Impacciatore ha interpretato un monologo in cui dà voce a lei: «Solo a guarda’ il mare, ce torni». Lella resta insomma, al dritto e al rovescio. È il fantasma che ci portiamo dietro, ben oltre le intenzioni degli autori, lo specchio dove possiamo guardarci, come eravamo e come siamo. Dove si è spinta la nostra comprensione, la nostra adesione, la nostra empatia – perdonate la parola – e dov’è cominciata la consapevolezza. Dove finisce il fattaccio di cui nessuno è responsabile e dove comincia il femminicidio. Ma non ce la caviamo solo con le parole, servono ma non bastano, dovrebbero seguire più che precedere. Serve capire, invece, che in gioco siamo noi, i nostri cori, la nostra paura, il bisogno di essere come tutti o il coraggio di aprire una storia nuova.