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Un padre cambia la storia. Noi e lo spartiacque

Gino Cecchettin ha una sofferenza privata e ragioni pubbliche, sfida con mitezza la cultura che minimizza la violenza maschile. Anna e Nina, l’altro piano della libertà e del cambiamento. «Sore’, stavolta devi venire»

Quando la storia passa bisogna saperla riconoscere. Non serve tirare giù Hegel o Braudel per capire cos’è accaduto in queste settimane, che cosa ha spinto decine di migliaia di persone composte e insieme rumorose ad affollarsi nel freddo fuori dalla basilica di San Giustino a Padova per i funerali di Giulia Cecchettin, uccisa a 22 anni dal suo ex fidanzato con ventisei coltellate e poi gettata in un lago. Le parole di suo padre in chiesa, un’omelia laica sulla fine del patriarcato, sono state riprese ovunque. Ogni cosa è al suo posto in quel discorso condannato da un dolore inimmaginabile ma già al lavoro per un ordine diverso. L’ammirazione che lo ha accompagnato, però, non basta, è persino nociva se diventa l’anticamera dell’archiviazione. Se la sua sofferenza è privata le sue ragioni sono pubbliche, non hanno bisogno di cornici dorate ma di una discussione capace di tirarne le conseguenze. Non si è mai visto un padre dire: partiamo da noi, «Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza». Non si è mai visto un padre che evoca le responsabilità, immense e diffuse, ma non le colpe, che guarda nel futuro mentre saluta sua figlia. Ma è in queste parole la possibilità di costruire uno spartiacque, accompagnare un movimento già in atto e farlo diventare cambiamento.

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Fabrizia Giuliani (Roma, 1966), insegna Filosofia del linguaggio e Studi di genere alla Sapienza di Roma. Tra i suoi ultimi lavori: “La lingua di Gentile” (Treccani, 2016) e “Le parole per non dirlo, la violenza nella lingua del giudice” (FrancoAngeli, 2021). Dallo scorso maggio coordina il comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne.