Detesto quando i miei amici si fidanzano, non dovrebbero farlo mai. I miei amici preferiti sono i single cronici, gli emotivamente danneggiati, le single che non hanno pazienza per gli uomini. Tutte queste persone sono intense, brillanti e lucide sul mondo e sulla vita. Individuano le tendenze prima degli altri, sanno fare collegamenti fra le cose, hanno sempre un progetto interessante, come quel mio amico che mi ha raccontato che ha smesso da anni di masturbarsi con il movimento No Fap. A quanto pare c’è tutta una parte della manosfera dedicata a disintossicarsi dalla dipendenza dal porno e dai picchi di dopamina legati alla masturbazione. Probabilmente si collegherà, in qualche altro giro di manosfera, alla pratica neo-tantrica di non eiaculare per mantenere intatta la forza vitale. Girando la ruota ancora un po’, si va nella foresta a urlare di essere maschi e a “sentire il peso dei propri testicoli”. Ma questa è una digressione, voglio solo dire che è pieno di progetti tutto sommato curiosi a cui non avrei accesso se frequentassi solo donne.
Quando un amico si sposa, si fidanza, va a convivere o si accoppia, una luce si spegne dietro ai suoi occhi. Questo è vero di tutti noi, in qualche misura. È l’energia che diamo a una sola persona a svuotarci un po’, a toglierci quel tempo libero che occuperemmo in progetti del tutto inutili e quindi squisitamente artistici, tipo fare un giro per i luoghi del cruising di Roma: vera arte non piegata al capitalismo editoriale né agli abbonamenti Substack.
Sono soprattutto gli uomini etero a svanire e a liquefarsi quando trovano una fidanzata. Prima spariscono, poi gli viene la pancia. Non spariscono letteralmente, non è che non si facciano più sentire, o non siano disponibili a incontrarsi. È che quando li incontri non ci sono più: sono emotivamente assenti, zombie; sono noiosi, non fanno più uno sforzo, non ti raccontano niente, se ne stanno lì, in modalità passiva. Tornano a non chiederti niente di te, proprio come fanno nei date, ma anche a non dirti più niente di loro, niente di vero. La psicoterapeuta esperta di coppia Esther Perel la chiama «ambiguous loss». In realtà ha riutilizzato un’espressione che era stata coniata dalla psicologa Pauline Boss per indicare – in contesti più seri e strazianti – la perditanon-perdita di un partner a causa di malattie neurodegenerative come la demenza senile, oppure nel contesto di partner impiegati in lavori lontani o missioni militari. Esther Perel ha detto che oggi siamo tutti coinvolti dall’ambiguous loss perché le persone attorno a noi ci sono e non ci sono; soffriamo di atrofia relazionale, cioè stiamo disimparando a stare con gli altri, a entrare in relazione con un altro essere umano. Uno dei motivi è che stiamo davanti a uno schermo anche quando siamo a casa, un altro motivo, collegato a questo, è che siamo diventati relazionalmente pigri. Mandiamo messaggi tipo «come va?» invece di fare domande specifiche, non offriamo la nostra energia. Siamo contagiati dall’individualismo del self care, self love, dei personal boundaries, dello stare bene da soli, e ci scordiamo che il benessere si costruisce per prima cosa attraverso le relazioni. Le persone che vivono di più, dice Perel, non sono quelle che vanno in palestra o mangiano verdure, ma quelle che hanno una rete di relazioni significative. Anche il «gender divide», cioè quel fenomeno per cui le donne sembrano di idee più liberali e sono più emancipate, mentre gli uomini spesso si cullano in una specie di nostalgia dei tempi passati in cui potevano dire tutto e tutto era a misura loro, secondo Perel è dovuto molto al fatto che uomini e donne non sono più amici. Parla anche della «male loneliness epidemic», l’emergenza di solitudine che riguarda soprattutto i giovani maschi, che non hanno più amici nel mondo reale. Questa solitudine è collegata in parte anche al mondo degli incel, i «celibi involontari» che sono incazzati perché nessuna ragazza vuole fare sesso con loro. Ma avete provato, dice Esther Perel, ad avere amiche femmine, prima di voler andare a letto con le femmine? A parlare con persone del sesso opposto con cui non volete avere una relazione sessuale? È tutto molto funzionale e finalizzato. Come se da un momento all’altro il sesso debba entrare nella vita per magia, senza aver costruito delle relazioni. E come se dovesse restarci per magia, quando non manteniamo le relazioni al di fuori della nostra coppia. Sbagliato, dobbiamo coltivare vitalità gioia erotismo divertimento risate momenti profondi anche al di fuori della coppia.
La cosa imbarazzante è che so di essere stata anche io così: ambiguosly lost, assente con gli amici, ossessionata dal fidanzato di turno, soprattutto nelle relazioni in cui mi sono un po’ persa (quasi tutte in effetti) – rileggo i messaggi con le mie amiche e mi dico ma chi è sta stronza? E sono io. Ero io. Non ascoltavo, riportavo sempre l’argomento sui miei malesseri, chiedevo favori per uomini che nel giro di pochi mesi non avremmo più visto né sentito. Ero cieca e sorda agli argomenti del mondo attorno a me e ripetevo il nome di turno più spesso del mantra della Soka Gakkai. Le amiche mi assecondavano sperando che passasse. Siamo abituati a pensare che questi siano normali sintomi dell’innamoramento, ma questo è solo l’innamoramento nella cornice patologico-ossessiva che abbiamo assorbito crescendo negli ultimi cinquant’anni. Forse cinquecento.
Da donne, siamo cresciute pensando che la nostra sopravvivenza fosse legata al tipo di uomo che sceglievamo come partner definitivo – perché lo era. Intanto l’uomo sbagliato può ammazzarti, e questo noi lo sappiamo da sempre. Nel migliore dei casi l’uomo sbagliato, all’interno del matrimonio patriarcale, può farti vivere una vita di miseria e sofferenza, per ragioni economiche (che si riverberano nella quantità di lavoro non retribuito che dovevamo svolgere) e per ragioni affettive (convivere con un inerte, un assente, uno sminuente, un traditore). Non c’è da sorprendersi che storicamente quando pensavamo di averne trovato uno buono spostavamo tutto l’asse della nostra vita su di loro. C’era qualcosa di disperato e malsano nel modo in cui ci attaccavamo a loro, ma era giustificato dalla gabbia patriarcale, come spiega Shulamith Firestone in La dialettica dei sessi, 1970. Dice che è normale che anche fra di noi parlavamo solo di ragazzi, perché è un modo atavico di scambiarsi informazioni per affinare la capacità di scelta e non cadere in stupide trappole.
Anch’io mi ossessionavo, ogni volta era tutto uno sbilico, uno spostamento di focus. Ma nei casi più sani sono tornata in me, o almeno spero, se non del tutto almeno al 70 per cento. Che è la massima percentuale di identità che uno può sperare di mantenere quando è in coppia. Ma ci sono donne che non tornano mai, marito e figli sono una terra straniera agli altri, in cui si perdono per sempre.
Per gli uomini, la questione è diversa. Nel loro caso, una volta in coppia non hanno più bisogno di quella (poca) vita emotiva che la società patriarcale ha concesso che sviluppassero. Non perché siano intrinsecamente insensibili o abbiano un’emotività meno sviluppata, al contrario, è che viene così tanto repressa che diventa disordinata, atrofizzata o inaccessibile. Quando sono single, i sentimenti non sono certo al centro della loro vita, ma sono obbligati a mettersi più in gioco, a stare più nel mondo. Sono meno sicuri, meno granitici, più vulnerabili – la vulnerabilità è interessante, è una domanda, una tensione verso l’altro. Etimologicamente, vulnus è una ferita, quindi un’apertura. La coppia protegge gli uomini, forse è stata perfino creata per soddisfarli: per garantirgli la disponibilità sessuale di almeno una donna in qualsiasi momento. Quindi una volta nel bozzolo della coppia, non devono più fare progetti esterni, non devono più fare esperimenti. Molti di loro, nonostante lo stereotipo contrario, non si guardano più nemmeno intorno, diventano asessuati o meglio, per utilizzare i termini di Perel, non più in contatto con l’erotismo inteso come voglia di vivere. Con gli amici non parlano, con le amiche spariscono.
Un mio amico gay mi ha detto che gli uomini etero fanno così perché le fidanzate sono gelose, ma figuriamoci. È misoginia interiorizzata la tua, come al solito, gli ho detto. Le donne sono solo felici di dividere il lavoro di cura, è estenuante essere l’unica donna nella vita emotiva di un uomo. Incoraggiarlo, ispirarlo, rassicurarlo, consolarlo, spiegargli le sue stesse emozioni. Avere amiche donne è molto sano per un uomo. Si crea dei punti di riferimento di cosa è accettabile dire e fare, oltre a analizzare le emozioni complesse con una persona rassicurante. Avere amici uomini per una donna è molto faticoso, per le stesse ragioni. Per lo stadio della società in cui siamo oggi, per il gender divide, avere amici maschi implica molto spiegargli le cose. Una lo fa solo se c’è un minimo potenziale di confronto paritario.
Ma a nessuna donna può bastare un solo uomo, perché la società è tutta fatta di uomini, la vita pubblica passa molto spesso dagli uomini, sono ovunque e ci veniamo in contatto più facilmente. Ma è anche perché le donne riconoscono maggior valore alle relazioni, in cui spesso stabiliscono una connessione erotica, anche se non sessuale. Erotismo inteso come vivere la vita a pieno, avere entusiasmi e condividerli con persone diverse, non in chiave funzionale, ma per nutrire un’energia vitale. Le donne sanno che le relazioni sono importanti, lo sentono a livello intuitivo, e sono disposte a condividere energie perché vogliono anche riceverne, che la propria vitalità sia alimentata dall’altro. Questo è il concetto di erotismo che Esther Perel instancabilmente cerca di ricordare – sono passati vent’anni dal suo bestseller Mating in captivity – si tratta semplicemente di essere umani. Essere pienamente soddisfatti solo in una rete relazionale fatta di molti altri, sentirsi strette nelle relazioni nucleari che non possono rispondere a tutti i nostri bisogni.
Invece spesso, contrariamente alla credenza popolare, per un uomo una donna sola nella vita basta e avanza. Questo un po’ perché il lavoro o la carriera occupano tantissimo spazio nella vita emotiva di un uomo, e poi perché spesso gli uomini le donne non le stimano: è sempre dagli altri uomini che cercano attestati di stima, approvazione e confronto. Chiedetevi: perché i vostri mariti non si confrontano con le donne? It’s weird. È anche questo un sottrarsi, un venire meno alla vita, e quindi all’erotismo, aspettandosi invece sempre la sessualità, distaccata dal resto.
Il privarci della loro energia è esso stesso un abuso patriarcale, un egoismo, che spegne il nostro erotismo e cioè la nostra forza vitale. Se ci fosse bisogno di una prova che la parità è sexy, che abbiamo entrambi bisogno gli uni delle altre per vivere la vita più pienamente, in modo più divertente e profondo, è questa. Il fatto che gli uomini abbiano rinunciato a essere presenti non vuol dire che questo gli faccia bene (non se la passano benissimo tra loneliness epidemic e perenne crisi del maschio), ma fa male anche a noi, e vorrei dire agli uomini: do better, show up, dateci di più, anche nelle relazioni amicali, che poi è tutto un unicum, uno spettro. Le relazioni sono relazioni, e tutte funzionano veramente solo con la presenza.
La serie tv Platonic, prodotta da Apple, parla dell’amicizia fra un uomo recentemente divorziato (appunto) e una donna sposata con tre figli. Come molte produzioni Apple (Shrinking, Ted Lasso, Still Up), Platonic è divertente ma non stupida, ammantata di un certo ottimismo e della luce rilassante di Pasadena. Il ritmo comico della serie è sostenuto a mani nude dalla deliziosa Rose Byrne e dal suo delizioso accento australiano. In Platonic, Sylvia e Will si ritrovano dopo cinque anni di nocontact. Lei ha lasciato il suo lavoro da avvocata in uno studio legale per crescere i figli, ma non è né triste né sacrificata come vuole lo stereotipo dei film americani, passa le mattine a fare battute scorrette con un’altra madre e ha un buon rapporto col marito. È proprio il marito che la incoraggia a ricontattare Will, ora che ha divorziato da una donna che a Sylvia non è mai piaciuta. Will ha molti progetti interessanti – perlopiù l’invenzione di nuove birre artigianali nel suo bar dell’Arts District – e molto tempo libero. Quando si rincontrano, Sylvia e Will tornano al rapporto morboso che hanno sempre avuto – le mattine in monopattino si trasformano in pomeriggi nel bar di lui, in visite alle case in vendita sotto false identità e a tinte platino sui capelli di lui. È un rapporto «disfunzionale», ma secondo quali standard, quali regole? Nessun marito geloso, nessun rischio di diventare mai altro che platonic. La forza della serie è proprio questa: investigare l’amicizia fra un uomo e una donna senza ricorrere ai cliché che non rispecchiano più la realtà. Platonic va a vedere, quando non finiscono per gelosia o per sesso, perché finiscono le amicizie fra uomo e donna. La risposta che la prima stagione dà è più realistica e anche più sottilmente amara delle ragioni a cui siamo abituati a pensare nel filone di Harry ti presento Sally. È anche molto contemporanea, perché oggi ci sono più mariti che vogliono davvero il bene della moglie che mariti pazzamente gelosi, credo (ho assorbito l’ottimismo di Pasadena). La seconda stagione arriverà il 6 agosto, così la possiamo guardare dal telefono in spiaggia, o nelle sere afose. Fino ad allora speriamo ancora ci sia un futuro per Sylvia, per Will, per l’amicizia fra uomini e donne, per la vita amicale fuori dalla coppia e fuori dagli schermi.