Il trentun luglio dell’anno 1971 siamo partiti da Roma in macchina, un’Alfa Romeo 2600, per il PoveromoForte dei Marmi. Ingeborg Bachmann seguiva le carte stradali. Sembrava un grande viaggio.
Fleur Jaeggy, “Gli ultimi giorni di Ingeborg” (Adelphi)
Due amiche in viaggio verso una casa immersa in un giardino di pini che fanno ombra. Due scrittrici che hanno molte cose da dirsi e pochissima voglia di uscire, incontrare altre persone, partecipare a cene fatte di convenevoli. Meglio dirsi i pettegolezzi in cucina. «Ingeborg aveva appena detto: Via da Roma, non pensare a niente, niente lettere e telefonate e dover rispondere. Il suo tavolo di via Bocca di Leone era cosparso di lettere non aperte. E, quando diceva “niente”, il suo tono era di timida fermezza».
In queste giornate torride di luglio, cosparso di lettere e messaggi non aperti, penso al luglio di più di cinquant’anni fa di Ingeborg Bachmann e a Fluer Jaeggy, e ai loro libri che hanno violentemente illuminato la mia vita. Penso ai Beati anni del castigo di Fleur Jaeggy e a quel che dice dell’amicizia, della gelosia, della convivenza fra ragazze, penso alle donne di Ingeborg Bachmann, in particolare alla delusione lancinante e lirica di Fanny Goldmann, quella delusione che solo gli uomini riescono a infliggere con profondità così inaudite.
Lo stupore che provoca a volte la vita quando già in buona parte è stata vissuta, e quella sensazione che si fa largo, come di essere state a lungo ingannate. Con la nostra complicità, ma in gran parte ingannate nella fiducia che abbiamo riposto negli esseri umani e negli slanci e nella cecità dell’amore. Tutte le giustificazioni che ci siamo raccontate, tutta la comprensione che ci è stata richiesta, tutti quei passi indietro, indietro, indietro, non ti permettere sai, non è il momento, non ci pensare, succede a tutti. Incontri imbarazzanti, grossissimi malintesi, e alcune sciocche fantasticherie. (Sono parole di Ingeborg che mi tornano alla memoria, però non so dove cercarle, adesso mentre scrivo con questo ventilatore addosso, una buccia di banana sul tavolo e un gatto che mi guarda, non so se inorridito o solo innervosito dal ventilatore).
E poi un giorno apri gli occhi e sono sempre gli stessi occhi, ma vedono cose nuove. Il problema dell’autoinganno. Il problema dell’autoinganno che quando lo scopri che fai? Cambi tutto? Butti giù le porte? Spacchi i muri? Il problema dell’autoinganno ha sempre bisogno, prima dopo e durante il risveglio, di un viaggio con un’amica, al massimo due.
«Via da Roma, non pensare a niente», aveva detto Ingeborg, di qualche anno più grande di Fleur Jaeggy, e quindi via da Roma, da via Giulia, da via della Stelletta, da Piazza del Popolo, via da qui perché qui fa male. Molti anni prima lei aveva risposto a Paul Celan, il poeta. Lui le aveva scritto: non venire a Parigi per me. Lei allora gli scrisse: mi fai sentire una miserabile. Il problema di sentirsi, a volte, una miserabile. Nonostante quei bei capelli che a volte raccoglieva sulla nuca con delle forcine dorate, nonostante quegli abiti lunghi che si metteva la sera e quando scendeva le scale sembrava una regina. Nel 1970, l’anno prima di questo viaggio con Fleur Jaeggy fino alla casa di Forte dei Marmi (dove due signore, due testimoni di Geova, preparavano da mangiare e non parlavano), Paul Celan si era ucciso, buttandosi nella Senna. E Ingeborg scrisse: era la mia vita. L’ho amato più della mia vita.
Il problema di amare qualcuno più della propria vita. Se lo dici a uno psicologo, quello (a volte) sorride e dice: non è amore, è attaccamento fobico.
Non è amore, è attaccamento fobico, dovrebbe essere una frase rassicurante, che ridimensiona il dolore di una vita.
Invece è miserabile non avere nemmeno la grandezza dell’amore per cui spaccare le porte e i muri, ma solo un banale attaccamento fobico.
Però se hai un’Alfa Romeo 2600 o un biglietto del treno, la possibilità di un traghetto che non parte se c’è troppo vento, allora devi andare. Devi per forza andare. Questo ho imparato dal libro di Fleur Jaeggy, dai suoi ricordi di quel viaggio che divenne una convivenza di un mese, un viaggio mentale, qualcosa da rinnovare per sempre nel ricordo.
«L’ordine della casa fu subito chiaro senza che nessuno lo imponesse. Ogni giorno la stessa cosa. Poco al mare. Poco al sole. Ingeborg nuotava benissimo. Chi voleva faceva colazione, un sedano e qualcos’altro. Alle ore quattordici, sempre uguale. Il pomeriggio ognuna andava nella propria stanza e ci si trovava per l’ora del tè. La sera si cena in casa. E poi chiacchiere notturne. A Ingeborg credo non dispiacesse quella monotonia familiare».
Ognuno, con il proprio biglietto del treno in mano, costruirà la monotonia che preferisce: monotonia di nuotate, avventure, monotonia di mondanità o di reclusione, monotonia di libri o di occhi chiusi. Ma una monotonia ci vuole, qualcosa che diventi un’abitudine, qualcosa che assomigli a una casa immersa in un giardino di pini. Basta una finestra, basta un vestito su una sedia. Basta che quella convivenza non abbia bisogno di troppe precisazioni. «La testimone di Geova ricorda la signora Bachmann come una persona felice. Non posso che tacere sulla parola felicità. Ma so. Qualcosa di estremamente simile accadde. Avrei voluto che durasse a lungo. E sempre».
Un giorno andò a trovarle Calvino. Non parlava. E allora anche loro stavano zitte. Se lui non parla, anche noi non parliamo. Dopo circa un quarto d’ora Calvino disse «Eh…ehm». E una piccola conversazione, parca, si avviò.
Però si poteva anche non dire niente, Calvino avrebbe capito. E se qualcun altro non capisce, che cosa importa. L’importante è partire.
Via da Roma, non pensare a niente.
Via da Roma, per poi desiderare immensamente di tornare a Roma. Incollarsi a Roma. Perché anche Roma è una monotonia familiare, e perché Roma è il posto dove devi fare del tuo meglio. Dopo che l’hai tanto desiderata, dopo che lei si è lasciata amare (come il gatto che mi guarda adesso, innervosito dal ventilatore ma deciso a rimanere con me), dopo che hai scambiato l’amore con l’attaccamento fobico, e le sedie spaccate con qualche carezza. Dopo che non hai risposto alle lettere, dopo che non hai aperto i messaggi. Dopo che hai messo delle cose in una valigia, e adesso non sai più cosa ma non è importante. Dopo tutto questo, sai che tornerai a Roma e Roma non dirà niente. Nessuna recriminazione. Nessun lamento. Solo un piccolo sussulto dell’asfalto sotto i piedi, qualcosa di caldo, e un cielo un po’ più cielo sopra via Cavour. La pianta sul davanzale della cucina che è cresciuta ancora, e non è merito mio, è lei che è sfacciata e fa del suo meglio. Ecco Roma, forse adesso l’ho capita.